Qui su questo mare, su questa spiaggia ho costruito la mia
storia e il mio tempo. Non c’è posto al mondo dove i pensieri, le cose, l’aria
stessa diventino più chiari, oserei dire più liberi. L’onda è sempre leggera, batte
più frequentemente che altrove. Qui ho costruito il mio tempo e così pure molti
abitanti della mia terra. Quante storie si potrebbero raccontare…Qui Hemingway
avrebbe potuto scrivere “Il vecchio e il mare”. Quanti vecchi e quanto mare,
quanti cani docili, quanta mitezza della gente di questo luogo. Qui Ercole,
secondo la leggenda, riparò in una stalla i buoi rubati a Gerione, proveniente
dalla Spagna. Qualcosa è cambiato da quando vidi le dune e le canne spingersi
oltre la strada. La strada di agrumi, castelli e vestigia antiche è solo un
ricordo. C’erano gli Americani, ben recintati e protetti e c’era uno che urlava
da un megafono quasi ci fossero i pescecani. Da quel che ne sapevamo noi , la
cosa più pericolosa era mettere un piede sulla tracica, un pesce spinuto che ti
trafigge nelle giornate di mare mosso. Certamente altri luoghi sono più
suggestivi e “meravigliosi”. Ma non è
nemmeno la riviera romagnola. Qui il tempo si ferma per una strana coincidenza
non della storia ma della pura coerenza dell’anima con le piccole anse prima
dei frangiflutti. Non è molto vasta come spiaggia, ma è sufficiente perché in
una giornata di sole pieno o in un giorno di pioggia e vento, lo spirito, l’umore
delle cose si mettano a posto. Basta guardare le navi che s’incrociano da un
lato e dall’altro. Sembra che si urtino fino ad un decimo di secondo prima
dell’incontro, poi per miracolo scorrono via per la rotta che aggira il capo e
l’altra che raggiunge le isole lontane. Qui potrei passare il resto della mia
vita. Svegliarmi la mattina, respirare ossigeno puro frastagliato nell’aria e
nel vento, non pensare a nulla, aspettando che la mente si svuoti di tutto
l’inutile fardello della stupidità contemporanea. I gabbiani non volano alto,
volano basso, le boe sono li e solo qualche barca prende il largo timidamente.
Da tempo il mare non è così pescoso come un tempo mi dicono i pescatori della
Cooperativa. Da quel che ricordo nella mia memoria di ragazzo ancora con i
calzoni corti, uscivano di notte, sveglia alle quattro. La barca di Nerone
pronta ed agile dall’altra parte, nella baia piccola. Bisogna essere abili nel
reggere la barca. Non è solo questione di forza, devi avere una posizione col
busto piegato in avanti, ben saldo sul fondo delle tavole di legno e spingere
in modo che i due remi affondino e risalgano senza sollevare acqua. Tenere la
barca in linea con le correnti è come mantenere la propria vita sull’orizzonte
incerto delle nostre fragili sensazioni. Un’altra storia è guidare la barca col
motore centrale,timone e barra, la chiglia piegata, le travi di sostegno, lo
scheletro nudo ma possente, i chiodi e gli incastri posti lì dove
necessariamente vanno posti altrimenti la barca non tiene. Ho visto la stessa
tecnica in un cantiere di Union Island.Il capo cantiere era di Meyrau,
un’isoletta delle Granadine. I tronchi per “il guscio di noce”, li prendeva
direttamente dalla foresta. Il modello erano i galeoni spagnoli, corti e
larghi come quelli descritti nel libro
di navigazione di Alvaro Nunez Cabeza de Vaca, un condottiero al seguito di
Hernan Cortès. Cabeza de Vaca, staccatosi dal contingente di Cortès, incappò in
una tempesta al largo della Florida e fu costretto a tornare indietro,
inoltrandosi nel territorio degli indiani, nel sud degli Stati Uniti. Raggiunse
Città del Mexico, attraverso Chihuahua, Sonora e Sinaloa, in un viaggio che
durò otto anni. Durante questo viaggio gli capitò di tutto, diventando il “curandero”
degli Indios. Raccontò tutto questo in un libro che chiamò “Naufragios y
comentarios”. C’era uno che costruiva
le barche meglio di tutti, si chiamava Mileo o’ brasilero. Mileo costruiva la barca che volevi: gozzi, a vela, con strumentazione o senza. Un
giorno partì per il Brasile, convinto di far fortuna. E li per un poco fece il
suo lavoro insieme a uno che costruiva motori Diesel. Costruire motori Diesel,
a quel tempo, significava saper costruire un’astronave. La fortuna quindi non
gli mancò e nemmeno i soldi. Solo che .. l’aria gli faceva male. Il medico gli
ripeteva che era una questione di testa o di nostalgia. Mileo sosteneva, invece,
che c’era qualcosa nell’aria che non andava. Infatti si ammalò di bronchi.
Tornò indietro, al suo paese d’origine, qui. Pochi erano tornati, anzi nessuno
è tornato, ma Mileo tornò perché l’aria del Brasile gli faceva male. Nel
frattempo il figlio di un altro calafato è andato all’Università, si è laureto
in ingegneria navale e costruisce barche in vetroresina, le migliori barche
della regione. Ma di Mileo restano, come memoria della sua abilità di maestro d’ascia,
queste barche di legno che non costano molto ma sono tutt’uno con il mare.
In questi luoghi ho costruito il mio tempo, tra dune e canne allungate, a cercare la brezza marina, quando ancora c’erano i pesci volanti e i delfini descritti da Luciano di Samosata. Ora c’è una bandiera che sventola sui “bagni” vuoti, sulle mura abbandonate di una città africana, abitata da neri che di notte vi trovano rifugio accendendo fuochi come fossero nel deserto. Preferiscono il mare, credo, anche per questo. Nessuno li sloggerà fintanto che è cattivo tempo, poi dovranno cercarsi altri posti, più a nord o più a sud, in questo eterno vagabondare da un luogo all’altro. Sembra che s’adattino meglio dei locali. Il clima mite e le poche necessità non ingombrano la loro vita di carichi inutili. Qui su queste spiagge c’è ora l’archeologia del presente. Rami, alberi portati dal mare, funi, panche, sedie, ami, scarpe abbandonate dai bagnanti, “cd” di musica ormai inutilizzati. Tutto quello che vuoi insomma. Basta che osservi e vedi persino docili piante crescere ai margini della spiaggia, protette dal caldo conservato in un muro. Riparate dal freddo, raccolgono l’acqua della notte e mettono radici. Sembrano davvero fiori del deserto, di una bellezza straordinaria, piccole gemme tra cristalli sabbiosi. Navi dunque e porti, fuori dall’abitato dove giovani e anziani giocano a bocce sulla terra battuta. Avevo qui un’amica che aveva un negozio di estetista (faceva la “ceretta”), spendeva metà del suo tempo a metter su per bene i capelli alle donne, poi è partita, è andata in Indonesia e non l‘ho vista più. I bambini si sprecano. La mattina vanno a scuola, diligentissimi , con la corriera. Hanno una pazienza che a volte non capisco. Ovvero mi commuove. Sono lì che aspettano, si alzano presto, fanno colazione, son ben vestiti, curati nell’aspetto. Giungono da est e da ovest, tutti allegri. Hanno forte il senso di essere nuovi, non so perché ma li vedo così anche se mi preoccupa ciò che li circonda. Per lo più dicono che sono “ignoranti”, cioè non sanno le cose. Dicono. Invece trovo che sappiano più di noi, che in fondo, in questo mondo, hanno imparato a starci meglio. Qui tutto è nato dalle viscere della terra, sembrano tutti dormire come immersi nelle acque del Lete. In realtà sono esalazioni di zolfo che li rendono più calmi. Conoscevo un amico che aveva sempre gli occhi socchiusi. Credevo che fumasse roba leggera. Non sapevo come chiederglielo. Ero imbarazzato.
-Faccio la doccia lì sotto. Mi rilassa e ci addormenta. Così non sentiamo il dolore.- rispose, senza che aprissi bocca. Vidi alle mie spalle una sorgente di acque calda. Annuii. Lui prese a sonnecchiare e parlarmi come sapeva, sbiascicando. Bisognerebbe riferirlo agli ecologi della mente, non sarebbe una cattiva idea. Piantati come viticci nelle conche sabbiose, sono cresciuti con il sangue che scorre lento. Sono come le navi che s’incrociano per un secondo. Hanno la sapienza di chi non ha scommesso nulla su questa vita. Sanno che le onde li porteranno dove i colori dei delfini vorranno concedere loro la grazia dell’accaduto. Per il resto è solo questione di “archeologia del presente”.
(Vincent Jack Sparrow – 1993)
In questi luoghi ho costruito il mio tempo, tra dune e canne allungate, a cercare la brezza marina, quando ancora c’erano i pesci volanti e i delfini descritti da Luciano di Samosata. Ora c’è una bandiera che sventola sui “bagni” vuoti, sulle mura abbandonate di una città africana, abitata da neri che di notte vi trovano rifugio accendendo fuochi come fossero nel deserto. Preferiscono il mare, credo, anche per questo. Nessuno li sloggerà fintanto che è cattivo tempo, poi dovranno cercarsi altri posti, più a nord o più a sud, in questo eterno vagabondare da un luogo all’altro. Sembra che s’adattino meglio dei locali. Il clima mite e le poche necessità non ingombrano la loro vita di carichi inutili. Qui su queste spiagge c’è ora l’archeologia del presente. Rami, alberi portati dal mare, funi, panche, sedie, ami, scarpe abbandonate dai bagnanti, “cd” di musica ormai inutilizzati. Tutto quello che vuoi insomma. Basta che osservi e vedi persino docili piante crescere ai margini della spiaggia, protette dal caldo conservato in un muro. Riparate dal freddo, raccolgono l’acqua della notte e mettono radici. Sembrano davvero fiori del deserto, di una bellezza straordinaria, piccole gemme tra cristalli sabbiosi. Navi dunque e porti, fuori dall’abitato dove giovani e anziani giocano a bocce sulla terra battuta. Avevo qui un’amica che aveva un negozio di estetista (faceva la “ceretta”), spendeva metà del suo tempo a metter su per bene i capelli alle donne, poi è partita, è andata in Indonesia e non l‘ho vista più. I bambini si sprecano. La mattina vanno a scuola, diligentissimi , con la corriera. Hanno una pazienza che a volte non capisco. Ovvero mi commuove. Sono lì che aspettano, si alzano presto, fanno colazione, son ben vestiti, curati nell’aspetto. Giungono da est e da ovest, tutti allegri. Hanno forte il senso di essere nuovi, non so perché ma li vedo così anche se mi preoccupa ciò che li circonda. Per lo più dicono che sono “ignoranti”, cioè non sanno le cose. Dicono. Invece trovo che sappiano più di noi, che in fondo, in questo mondo, hanno imparato a starci meglio. Qui tutto è nato dalle viscere della terra, sembrano tutti dormire come immersi nelle acque del Lete. In realtà sono esalazioni di zolfo che li rendono più calmi. Conoscevo un amico che aveva sempre gli occhi socchiusi. Credevo che fumasse roba leggera. Non sapevo come chiederglielo. Ero imbarazzato.
-Faccio la doccia lì sotto. Mi rilassa e ci addormenta. Così non sentiamo il dolore.- rispose, senza che aprissi bocca. Vidi alle mie spalle una sorgente di acque calda. Annuii. Lui prese a sonnecchiare e parlarmi come sapeva, sbiascicando. Bisognerebbe riferirlo agli ecologi della mente, non sarebbe una cattiva idea. Piantati come viticci nelle conche sabbiose, sono cresciuti con il sangue che scorre lento. Sono come le navi che s’incrociano per un secondo. Hanno la sapienza di chi non ha scommesso nulla su questa vita. Sanno che le onde li porteranno dove i colori dei delfini vorranno concedere loro la grazia dell’accaduto. Per il resto è solo questione di “archeologia del presente”.
(Vincent Jack Sparrow – 1993)
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